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22 Lug 2008
Anguria o cocomero, è il “mangia e bevi” dell’estate. Dissetate naturale per eccellenza, soprattutto nei mesi estivi, è composto prevalentemente da acqua (93%). E’ il frutto che ha la percentuale di acqua più alta; la pesca ad esempio, è costituita dal 90% di acqua, mentre la mela dall’85%, ma l’anguria contiene anche il potassio, sostanza importante per l’organismo che perde con la sudorazione, e la quantità di zuccheri è davvero molto limitata. L’anguria contiene inoltre, sia la vitamina A, sia la vitamina C. pochissime le calorie: ogni 100 grammi ne contiene infatti solamente 15.

La pianta dell’anguria è il citrullus lanatus vulgaris o cucomis citrullus , e appartiene alla famiglia delle cucurbitacce, propria come la zucchina, il cetriolo, la zucca e il melone. Originaria dell’Africa tropicale, arrivò in Europa solo nel 1200. Anche in Italia, vengono prodotte le angurie. Si stima che in un anno, nel nostro Paese, siano quasi 600mila tonnellate, pari a 100milioni di angurie. Le regioni produttrici sono la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio, la Sicilia, la Campania. L’anguria matura, a seconda della qualità, a fine primavera, a fine agosto oppure nel mese di settembre. Un’anguria può arrivare a pesare anche 12-15 kg e il prezzo si aggira intorno ai 0,60 euro al chilogrammo.
La qualità più diffusa è la Crimson Sweet. Si presenta rotonda ( o allungata), di colore verde chiaro alternato a strisce verde-scure. La polpa è di colore rosso tenue, e il peso standard di un’anguria Crimson sweet è di circa 10 kg. Un’altra qualità di anguria è la Sugar Baby, inconfondibile, in quanto è piccola e tonda, e il suo peso non supera i 5 chilogrammi. Di colore verde scuro, la polpa è rossa e non contiene grandi quantità di semini.
L’anguria si serve solitamente a fette, ma si può anche tagliare a cubetti e creare, con un po’ di fantasia, degli spiedini con pezzi di altri frutti.
Frullato di anguria e pesca
Ingredienti:
1 pesca
1 fetta di anguria
1 fetta di melone
succo di mezzo limone
un cucchiaino di zucchero
Preparazione:
Private l’anguria e il melone dei semini e tagliatele a pezzetti senza la buccia. Lavate e sbucciate la pesca, tagliatela a pezzetti. Mettete nel frullatore l’anguria e il melone e ricavatene il succo in una ciotola. Nel frullatore ora mettete la pesca, lo zucchero, il succo preparato di anguria e pesca, il succo di limone e frullate fino ad ottenere un composto omogeneo.
21 Lug 2008
Eccoci arrivati all’ ultimo capitolo sulle Erbe aromatiche: i condimenti.
L’Aceto e l’Olio aromatizzati sono considerati prodotti di lusso e generalmente sono venduti a caro prezzo. E pensare che è così semplice crearli da sé !
Aceto - Mettete in un vaso a chiusura ermetica le erbe. Fatele macerare nell’aceto in un luogo caldo e soleggiato. Successivamente va filtrato per conservarlo in una bottiglia di vetro in luogo fresco e buio.
Olio - Pulite uno o due rametti degli aromi che preferite (solitamente si presta il Rosmarino) e lasciateli asciugare all’aria. Metteteli in una bottiglia colma d’olio extra-vergine e lasciate macerare per almeno una quindicina di giorni.
Sale - Frullate nel mixer un po’ di sale grosso, con l’aroma prescelto: meglio se questo è essiccato perché si può dosare più facilmente.
Burro - A temperatura ambiente ammorbidite il burro, poi amalgamatevi le erbe aromatiche lavate, asciugate e trite finemente. Quando il tutto sarà omogeneo, mettete il composto in una scodellina e fatelo rassodare in frigorifero. Servitelo sulla carne o pesci alla griglia ben caldi, sciogliendosi li insaporirà.

Questi sono gli articoli precedenti:
Erbe aromatiche - la marinatura
Erbe aromatiche: in pentola, usatele così
Erbe aromatiche: come creare il mini orto da balcone
Che dire, ora con questa mini guida, potete davvero usare un pò meglio le Erbe aromatiche in cucina !
18 Lug 2008
Piatto leggero, semplice e gustoso. Da consumare bollente, appena uscito dal forno, o freddo, durante le calde giornate estive: in entrambi i casi conserva sapori e profumi della cucina mediterranea.
Per prepararlo occorrono:
2 grossi pomodori rossi a testa
1 cucchiaio raso di riso per ogni pomodoro
basilico
aglio (facoltativo)
olio extravergine di oliva
sale
parmigiano
una mozzarella per pomodoro
cipolle
patate
I pomodori vanno svuotati delicatamente. Si estrae la polpa e si lascia intatto il cappello. La polpa va passata e frullata con basilico, 10g di olio, sale e aglio (facoltativo), fino ad ottenere una crema. Con questa, si condisce il riso crudo, poi si aggiunge la mozzarella tagliata a cubetti e il parmigiano. Ora si possono riempire i pomodori. Prima di chiuderli con il cappellino, bisogna irrorare la parte superiore con un po’ di salsa rimasta. Ora vanno adagiati i pomodori in una teglia e accompagnati con patate tagliate a fette e cipolle divise a metà ricoperte di formaggio e pangrattato. Si condisce tutto con sale e olio e si inforna a 220° per circa 10 minuti.
Ecco come si presentano cotti:
17 Lug 2008
Oporto, in portoghese Porto, è una città del Portogallo nordoccidentale, capoluogo dell’omonimo distretto. Sorge su due colline granitiche, Colina de Vitòria e Colina da Sé, che scendono a terrazze verso il Douro e si sviluppa lungo la riva destra del fiume.

La città deve il suo sviluppo economico soprattutto al commercio dei vini pregiati, prodotti nel distretto di Paiz do vinho ed esportati in tutto il mondo. Oporto è tutta un saliscendi di strade, campanili e guglie che ricordano l’antico dominio arabo. Nel secolo XIV venne cinta da mura ad andamento ellissoidale, Muralhas Fernandinas, di cui restano solo viuzze che ne ripercorrono il tracciato. Nel periodo barocco si arricchì di edifici, chiese e nuovi quartieri con lussureggianti spazi verdi che le conferiscono eleganza e ampiezza prospettica.

Nel 1876-77, su progetto di G.-A. Eiffel, fu costruito un ponte in ferro ad una arcata, il ponte Dom Luiz I, per sostituire il vecchio ponte di barche che rappresentava l’unico collegamento tra le due rive.

La città contemporanea proseguì la sua espansione verso la parte settentrionale seguendo parallelamente la linea del fiume. Nel 1923 Carlo Alberto Cabral, secondo conte di Vizela, decise di costruire un giardino, avvalendosi dei migliori architetti e paesaggisti, nella vasta proprietà estiva della famiglia, da lui ereditata. Nacque così il parco più importante costruito nel XX secolo in Portogallo, ora gestito assieme al Museo d’Arte moderna, dalla Fundação Serralves. Una placca del museo riporta una frase
“o verdadeiro artista è uma assombrosa fonte luminosa”
che tradotta in italiano suona come: “il vero artista è un’ombrosa fonte luminosa”. E di ombre e luci vive tutta la città di Oporto, come i contrasti tra la semplicità della natura incontaminata in cui ci si imbatte passeggiando nel giardino di erba rigogliosa, piante altissime, bufale ed asini e la ricercatezza delle opere ospitate nel Museo; contrasti che alla fine si ricompongono in armonia, in un senso superiore di bellezza. La bellezza di quella contraddizione che si scorge tra i segni indelebili degli anni di dittatura, impressi negli sguardi degli anziani, ma la si scorge anche nella schiettezza dei ragazzi che ballano per strada; la vedi nella severità dell’osservanza religiosa e subito dopo nel chiasso della festa; nella frivola bellezza decorativa degli azulejos e per contrasto nei moniti degli apologhi raccontati con maestria, attraverso i disegni impressi su queste maioliche azzurrine. Gli azulejos abbelliscono numerose strade e case, nonchè una parete della bellissima stazione ferroviaria, Estação de São Bento.

Per quanto riguarda la cucina, ad Oporto bisogna gustare l’ottimo vino facendo un giro nelle cantine che si trovano a Vila Nova de Gaia, oltre il ponte Dom Luis I. Si può scegliere tra ben cinquantotto case vinicole, tutte aperte al pubblico. La degustazione è assolutamente gratuita e quasi tutti i produttori vendono direttamente al pubblico a prezzi scontati, anche del 20%. Il piatto più diffuso è il baccalà, spesso consumato sotto forma di crocchette: pastelinhos de bacalhau.

E comunque il pesce va per la maggiore. Ma vale la pena assaggiare il porco à Alentejana, cotto, secondo le usanze della cucina catalana, in pentole di rame a chiusura ermetica, e a base di carne di maiale, vongole e peperoni. Tra i primi piatti c’è il Calo verde, zuppa di patate e cavolo, e la Sopa de mariscos, vellutata ai frutti di mare. Uno dei dolci più famosi sono le Ovos moles di Alveiro, ovvero ostie ripiene di crema.

15 Lug 2008
Anche Pablo Neruda celebra nella raccolta Odi Elementari il pomodoro, ortaggio rosso di origine americana e di adozione europea, e indiscusso della tavola in estate.
Gli italiani, tra capresi, pastasciutte e pizze ne mangiano 31 chili a testa l’anno. Nel XVII secolo era anche considerato afrodisiaco e per questo veniva chiamato dai francesi pomme d’amour.
Ma il pomodoro ha anche altre importanti caratteristiche. È, innanzitutto, un vegetale perfetto per chi vuole mantenersi in forma o smaltire qualche chilo in prevusione delle vacanze di agosto. Ha infatti pochissime calorie, circa 19 per 100 grammi, inoltre grazie al suo importante contenuto di acqua aiuta a sgonfiare ed è ideale per combattere la ritenzione idrica tipica dei mesi più caldi.

Ma per essere di aiuto alla linea, va consumato in insalata o nella classica forma passata e non fritto.
Ecco una ricetta gustosa e fresca per gustare questo prelibato ortaggio.
Cous Cous con rucola, ciliegini e mozzarella
Ingredienti :
200 gr di cous cous
20 pomodrini ciliegina
1 mozzarella fior di latte
6 cucchiai di olio extravergine di oliva
sale e pepe
Preparazione
Tostate il cous cous in casseruola con un filo di olio extravergine, poi coprite con acqua calda e cuocete per 5 minuti. Spegnete e lasciate assorbire l’acqua, cosi da farlo gonfiare. Lavate i pomodori e dividetei in 4 spicchi. Lavate bene anche la rucola, eliminando prima la parte con i gambi, e asciugatela bene. Tagliate la mozzarella a dadini e la rucola a pezzetti. Fate poi raffredare il cous cous in una teglia da forno larga ungendola con un poco d’olio; mescolate spesso aiutandovi con una frustina. Amalgamate tutti gli ingredienti, condite con olio extravergine, sale, pepe e servite.
12 Lug 2008
Strano destino quello di Chioggia, capitale del mercato ittico del Nord Italia.
Nata come Venezia su una laguna, ma qualche secolo prima di Venezia, è stata subito schiacciata dal colosso veneziano da cui dista meno di un’ora di vaporetto. I veneziani nei secoli si sono arricchiti con i commerci verso l’oriente. I chiozzotti, invece, sono rimasti contadini e pescatori. Si sono dedicati alla coltivazione dei molluschi (qui si allevano le cozze più saporite migliori d’Italia, alla pari solo con quelle tarantine) e alla pesca in Adriatico. Ed è stato il pesce la salvezza della piccola cittadina che alla fine della seconda guerra mondiale rischiava di vivere soltanto come satellite di Venezia. E invece, pian piano, i pescatori si sono attrezzati, hanno pensato non solo al loro atavico mestiere, ma si sono organizzati per la commercializzazione del prodotto ittico, per la sua conservazione.
Da non perdere…
Arrivare a Chioggia e perdersi è un tutt’uno. Al turista che la vede e la visita per la prima volta, occorre un po’ di tempo per abituarsi all’intrico di terra e di mare. Se non si sa dove andare, sembra che ogni strada qui inizi e poi finisca contro un muro, un campo, un cancello che chiude una casa con l’orto. Per non perdersi, però, basta tenere sempre d’occhio la lunga via pedonale che inizia alla porta d’ingresso della città, Porta di Santa Maria, e corre sino al molo di Vigo, da dove partono i vaporetti che collegano Chioggia a Venezia.
Proprio nelle vicinanze della porta, ecco la Cattedrale, ricostruita in stile rinascimentale, quasi barocco, dopo un disastroso incendio scoppiato nella notte di Natale del 1623. Ma i monumenti più belli sono probabilmente le piccole chiesette di San Martino e di San Pieretto, vicinissime alla Cattedrale. Da non perdere, la parrocchiale di Sant’Andrea che fino a non moltissimi anni fa era accudita direttamente dai pescatori di Chioggia.
Uscendo dal centro cittadino e spingendosi verso l’antica frazione di Sottomarina, si trova una delle stazioni balneari più apprezzate del Mediterraneo. Dieci chilometri di spiaggia aperta dove fermarsi in qualunque piccolo ristorante per gustare gli infiniti piatti tipici della zona: le soase, le anguele, i passarini, i sievali e le masanete. E ancora i caparossoli in savonarola (seppioline alla pescatore con un sugo indimenticabile) o gli spaghetti alla canocia.
11 Lug 2008

Con il nome lavanda, o spigo, si indica un genere di pianta arbustiva e sempreverde, appartenente alla famiglia delle labiate, aromatica e con fioritura estiva. La lavanda è diffusa nel bacino del Mediterraneo e raggiunge un’altezza massima di 1,50 m. Alcune specie nascono spontanee in Italia o vengono coltivate negli orti per uso domestico. Ama il sole e cresce nei terreni argillosi, asciutti e ricchi di calcio.
Ci sono diverse specie di lavanda, tra le più importanti: Lavandula stoechas, a spighe di fiori porpora scuro, di forma quadrangolare; Lavandula dentata, con fiori piccoli coronati da brattee violette; Lavandula spica e Lavandula vera, a fiori violetti raccolti in spighe e con foglie lineari.

Quest’ultima è la specie di lavanda più conosciuta perché usata in profumeria per produrre, mediante distillazione in corrente di vapore, un’essenza, l’olio di lavanda, costituita principalmente da linalolo, geraniolo e limomene.
In aromaterapia, l’olio viene usato come antidepressivo. Infatti basta aggiungerne qualche goccia nell’acqua del bagno per provare una rilassante sensazione di benessere. Inoltre l’acqua arricchita con l’essenza di lavanda, aiuta a combattere il problema dei capelli grassi, se usata nell’ultimo risciacquo durante il lavaggio.
Spesso i fiori secchi vengono raccolti in sacchettini di tela traforati e utilizzati per profumare la biancheria, grazie all’odore delicato che riescono a conservare per lungo tempo.

Sempre molto apprezzata, la lavanda è anche un’attrattiva turistica. In Provenza hanno organizzato “les routes de la lavande” riunendo itinerari, soggiorni, visite guidate, feste, incontri con gli artigiani del settore e una serie di altre iniziative dedicate al fascino di questo fiore.

Anche in America, e precisamente a Sequim (Washington) il 18, 19 e 20 Luglio celebrano il festival della lavanda, dove vengono mostrate ai visitatori immense vallate che contengono ben 144 varietà diverse della pianta. Tutto accompagnato da musica, workshop e degustazioni. Potrebbe sembrare strano, ma la lavanda trova applicazione anche in cucina, diventando un ingrediente insolito, ma decisamente gustoso. Ecco due ricette, una salata e una dolce:
Focaccia alla lavanda
Ingredienti
50 g di miele
200 g di acqua
1 bustina di lievito di birra secco
600 g di farina
15 g di sale
200 g olio extra vergine di oliva
30 g di fiori di lavanda secchi
Procedimento
Sciogliere il miele in 100 g di acqua tiepida, aggiungere il lievito e lasciare riposare per 10 minuti. Versare la farina su un piano, aggiungere al centro il composto ottenuto in precedenza, assieme a 180 g di olio, impastare con l’acqua, quindi aggiungere il sale. Lasciare lievitare per circa un’ora. Tritare finemente la lavanda e versarla in una ciotola con 20 g di olio. Stendere la focaccia in una teglia oliata. Versarvi l’olio alla lavanda e aggiungere un po’ di sale. Cuocere per 15 minuti a 220°.
Dolcetti alla lavanda

Ingredienti
225 ml di latte
8 spighe di lavanda fresche
125 g di burro
125 g di zucchero
2 uova
125 g di farina
1 bustina di lievito per dolci
estratto di vaniglia
500 g di panna fresca
500 g di mascarpone
Procedimento
In una piccola casseruola versare il latte e le spighe di lavanda, mettere sul fuoco e togliere la casseruola prima che cominci bollire. Coprire e lasciare riposare per 20 minuti. Filtrare la lavanda e lasciar raffreddare per altri 10 minuti. Preriscaldare il forno a 200 gradi. Lavorare il burro, lo zucchero, la farina, le uova e l’estratto di vaniglia fino ad ottenere una pastella liscia. Durante la lavorazione aggiungere poco alla volta 125 di latte alla lavanda. Quindi aggiungere il lievito. Versare il composto in 12 stampini da bignè e cuocere in forno per 15 - 20 minuti finché non siano dorati in superficie. Far raffreddare i bignè. Per guarnire, montare la panna, incorporarvi il mascarpone e 100 g di latte alla lavanda, versare tutto in una siringa per dolci e ricoprire la parte superiore.
10 Lug 2008
Oggi facciamo un tour in una delle più belle città d’arte pugliesi: Ostuni. Una delle sue particolarità è il colore delle case, ovvero bianco. Proprio per questo motivo, la città viene chiamata anche “città bianca”. Nel centro storico di Ostuni possiamo ammirare molte case basse, che ne caratterizzano la zona.
Molto bella è la Cattedrale di Ostuni, risalente al XVI secolo, una protagonista di numerose ristrutturazioni nel corso degli anni. Lo stile romanico tipico pugliese, caratterizza la Cattedrale, che è costituita, nella facciata, da un grande rosone. Non lontano dalla Cattedrale, troviamo un’altra bellezza della città di Ostuni: il Palazzo Vescovile. Costruito nel XVI secolo, negli anni successivi è stato oggetto di ristrutturazioni. Oggi il Palazzo ospita diverse strutture della Curia. Anche la Chiesa di San Francesco, è molto antica, ma la sua ultima restaurazione risale al 18° secolo. Facente parte del Convento Francescano, i lavori di rifacimento e modifiche furono a base di decorazioni tipiche degli stili barocco ed ecclettico.

Prima di una meritata pausa pranzo, non possiamo non ammirare il Palazzo Municipale, risalente al XIV secolo e ristrutturato quattro secolo più tardi. La particolarità di questo palazzo è quello di conservare ancora, nonostante i lavori di ristrutturazione, una bellissima decorazione settecentesca. Ma ora, è arrivato il momento di mettere le gambe sotto al tavolo! Tanti i locali proposti nella cittadina di Ostuni, che vive soprattutto di turismo, anche se agricoltura e allevamento occupano una buona percentuale. Il ristorante che ho scelto per voi, è situato in pieno centro storico ad Ostuni. Si chiama Osteria del Tempo Perso. Cucina tradizionale, ottimo servizio, buoni prezzi.
8 Lug 2008
Fra luglio e settembre cinque serate organizzate dall’azienda vinicola di Gaiole in Chianti (SI)
racconteranno cultura e unicità della terra di frontiera tra Firenze e Siena
Il Chianti fiorentino e il Chianti senese protagonisti tra storia, pittura, poesia e .buona tavola! Il Centro di Studi Chiantigiani “Clante” ed il Castello di San Donato in Perano, azienda vinicola immersa nella campagna di Gaiole in Chianti, presentano con il contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze la rassegna “CHIANTI FIORENTINO E CHIANTI SENESE. LA FLUIDITA’ DI UN CONFINE”: una serie di incontri pensati per celebrare a trecentossensanta gradi il territorio chiantigiano “di frontiera” per antonomasia, quello che, passando per i centri di Radda, Castellina e Gaiole in Chianti, rappresentava il punto di incontro - e a volte di scontro - fra possedimenti, usanze e stili di vita di Firenze e Siena.
Cinque le serate in calendario (SABATO 12 e 19 LUGLIO, SABATO 9 e 30 AGOSTO, SABATO 13 SETTEMBRE), aperte al pubblico ed allestite nel suggestivo contesto del ristorante del Castello di San Donato in Perano: appuntamenti che vedranno a braccetto le espressioni artistiche e mangerecce più tipiche di quest’angolo di Chianti, portando alla ribalta fra pittura e folklore, costume e poesia secoli di contaminazioni derivanti dalla vicinanza con i due principali centri culturali di Toscana.
Agli incontri, curati a partire dalle 18.30 da artisti ed esperti degli argomenti di volta in volta oggetto di approfondimento (dalle differenti scuole di pittura affermatesi nei secoli XII e XIV alle rime che raccontavano, spesso con ironia graffiante, tic e contese delle eterne rivali Siena e Firenze), seguiranno momenti di convivialità celebrati ai tavoli del ristorante. E qui, golosi protagonisti e fedeli rappresentanti di chiantigianità, si alterneranno i prodotti e le preparazioni stagionali che più si legano al territorio: il tutto, ovviamente, annaffiato da calici di Chianti Classico del Castello di San Donato in Perano.
Un’occasione da non perdere insomma per vivere e scoprire in prima persona le eredità storico-gastronomiche di una terra davvero unica, circondati da un contesto che vale già di per sé una visita!
Per informazioni e prenotazioni
Ristorante San Donato in Perano - Gaiole in Chianti
Tel/fax: 0577.744104
Mail: ristorante@sandonatoinperano.it
Sito : www.sandonatoinperano.it
CALENDARIO DEGLI APPUNTAMENTI
SABATO 12 LUGLIO
Ore 18.30
“La formazione del confine politico tra Firenze e Siena nel Chianti”
a cura di RENATO STOPPANI
Ore 20
Cena nel ristorante di San Donato in Perano
SABATO 26 LUGLIO
Ore 18.30
“Taucchi, dragoncelli, falòttici. Definizioni culturali tra Firenze e Siena”
a cura di PAOLO DE SIMONIS
Ore 20
Cena nel ristorante di San Donato in Perano
SABATO 9 AGOSTO
Ore 18.30
“Firenze e Siena: contrasto in ottava rima”
con REALDO TONTI e EMILIO MELIANI
Ore 20
Cena nel ristorante di San Donato in Perano
SABATO 30 AGOSTO
Ora 18.30
“Scuola senese e scuola fiorentina. La pittura nel Chianti nei secoli XIII-XIV”
a cura di SERENA PAGLIANTINI
Ore 20
Cena nel ristorante di San Donato in Perano
SABATO 13 SETTEMBRE
Ora 18.30
“Parole piluccate in Chianti”
a cura di ANNALISA NESI
Ore 20
Cena nel ristorante di San Donato in Perano
2 Lug 2008

Sauris (UD), perla delle Alpi, è famosa per la gastronomia, in particolare per il suo prosciutto affumicato con legno di faggio aromatizzato con ginepro ed erbe, lasciato stagionare per un mese.
Le cosce vengono affumicate in appositi locali per 3/4 giorni, periodo nel quale acquistano il gusto e l’aroma del fumo sprigionato dalla combustione di legno di faggio in caminetti.
Già dall’antichità tutte le famiglie avevano un maiale che utilizzavano sia per l’alimentazione che per le attività di baratto, e conservavano la carne suina con la tecnica dell’affumicatura.
Al prosciutto di Sauris è dedicata la rassegna gastronomica del 12-13 e 19-20 luglio. La festa, che riempie le stradine degli angoli di Sauris con variopinte bancarelle e chioschi, propone degustazioni dei prodotti locali: soprattutto prosciutto e speck, ma anche formaggi, gnocchi, piccoli frutti e dolci, accompagnati dalla birra locale e dai vini del “vigneto Friuli”.
In un mercatino si potranno acquistare i prodotti alimentari della montagna carnica e dell’artigianato locale.
Musica e balli animeranno tutto il paese fino a tardi, accompagnati da grandiosi fuochi d’artificio il sabato sera.
Il Prosciuttificio Wolf presenterà la mostra “Nives Meroi incontra Sauris. L’alpinista ripercorre attraverso le immagini gli ottomila conquistati”.
Sarà possibile fare un giro nei dintorni di Sauris di Sotto a bordo di una carrozza trainata da cavalli.