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Fast Food

Da anni il fast food cambia i ritmi di vita quotidiani, la risposta che vuole la riscoperta del tempo a tavola è la nascita dello slow food

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Ritmi di vita frenetici, tempi accelerati e velocità d’azione hanno cambiato le nostre abitudini alimentari e favorito la nascita di spazi e luoghi ideali a soddisfare rapidamente il bisogno di mangiare impiegando il più breve tempo possibile. In questi posti si consumano pasti veloci, i cosiddetti fast food, preparati e serviti con tempestività.
Spesso si tende ad identificare la parola fast food con le grandi catene americane, prima fra tutte McDonald’s, e di conseguenza con un’offerta sempre di più omologata, mediocre dal punto di vista qualitativo e appiattita dai processi industriali. Non è però corretto associare in maniera automatica fast food ad hamburger e patatine fritte, perché l’abitudine di mangiare qualcosa di veloce, senza la necessità di sedersi e aspettare che sia pronta, è antica e affonda le sue radici nella tradizione culinaria italiana, ma anche internazionale.
L’ Italia è ricchissima di venditori ambulanti che preservano la cultura dei propri luoghi attraverso il cibo.
In Francia ci sono le crepes, in Spagna il tabernero (oste) che offre le tapas, stuzzichini per accompagnare l’aperitivo, in Grecia la pita, panino soffice e schiacchiato, vuoto all’interno per contenere carne arrostita e speziata chiamata souvlaki. A Bahia, le donne brasiliane offrono ai bagnanti granchi cotti, detti carangueijos; in Medioriente si consuma la kesra, pagnotta rotonda con polpette di carne, chiamate kefta; a Bangkok i venditori ambulanti offrono una zuppa calda a base di riso, il kwei tiew.
Questi sono solo alcuni esempi di quel modo di “mangiare veloce” che rispetta gusto e qualità.
Non è accettabile, invece, quando il fast food diventa un pasto non equilibrato, ricco di grassi , anche di quei grassi animali, considerati corresponsabili nell’invecchiamento precoce delle arterie.
Adottare abitualmente questo modello alimentare, senza capirne gli squilibri e le carenze, può diventare dannoso per la salute.
Il rispetto del gusto e l’avversione per qualsiasi forma di standardizzazione hanno portato alla nascita dello “slow food”, una filosofia che considera il cibo come un patrimonio biologico e culturale da custodire, rispettando ritmi più lenti. Per Slow food è importante difendere le tradizioni secolari contro abitudini sbagliate che tendono ad appiattire e ad annullare il piacere della tavola ed è importante salvaguardare quegli aromi i che l’omologazione dei prodotti rischia di cancellare. C’è una pluralità di sapori antichi che va protetta e contrapposta alla massificazione dei gusti messa in atto dalle multinazionali della ristorazione.
Il problema però è metodologico, ovvero non si tratta di dover scegliere tra cibi fast oppure slow, tra un panino o un pasto a casa, bisognerebbe piuttosto adottare un modus vivendi che premi la qualità. Bisognerebbe cioè approcciarsi al cibo con più attenzione, imparare a scegliere informandosi e dando più importanza all’alimentazione, affinché mangiare non sia un semplice sinonimo di saziarsi, ma includa tutte quelle sfaccettature che vanno dal gusto alla convivialità, dal benessere alla storia, dal globale al locale, che lo rendono quell’atto imprescindibile per vivere bene e a lungo.

Francesca Pietroforte



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