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18 Giu 2008
Nato dalla trasposizione del libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer, il film parla di un viaggio verso la libertà e la ricerca di sé stesso del protagonista. Il regista e sceneggiatore Sean Penn realizza un sogno che durava da dieci anni, cioè dal momento in cui iniziò a chiedere incessantemente i diritti per iniziare a girare la pellicola.
Lo scenario è quello di un America benestante e a tratti scontata, in cui il protagonista Christopher McCandless (esistito veramente e del quale il film ne ricalca le vicende) decide di rinunciare a tutti gli agi per ritrovare sé stesso. Inizierà un viaggio verso l’Alaska, e la sfida sarà contro la durezza della natura selvaggia.
Significativi e commoventi sono gli incontri umani di Christopher: persone con le loro storie, semplici ma dalle quali trarrà grandi insegnamenti. Il filo conduttore di tutto ciò è un diario, in cui registra le sensazioni, i timori, i progressi verso la libertà. Una sorta di percorso psicanalitico, a partire dalla prima infanzia.
Il protagonista instaura un rapporto particolare anche con il cibo: fondamentale gli sarà un vecchio fucile, con il quale caccerà la selvaggina. E una roulotte in disuso, la sua dimora e il suo punto di riferimento nella fredda Alaska.
Il film termina drammaticamente, ricalcando del resto le ricostruzione fatte dagli inquirenti quando ritrovarono il corpo, parecchio tempo dopo. A corto d’animali per via del gran freddo, gli sarà fatale l’ingestione di un’erba che lui ritiene commestibile, ma che in realtà lo avvelenerà. Complice del tragico errore la debolezza e la disperazione.
A parte il tragico epilogo, la pellicola dimostra la possibilità di vivere senza le abbondanze e le sovrastrutture che la vita moderna ci propina. E come ritornare alla semplicità, alla sobrietà dei tempi passati.