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20 Mag 2008
Qualche sera fa, progettando insieme ad alcuni amici le future e futuribili vacanze e dissertando di mete vicine e lontane, ho suggerito la visita dei monasteri del Belgio, in cui da secoli i monaci trappisti producono ottima e abbondante birra. Soltanto che, dato che di birra se ne stava già bevendo, la mia idea è stata ricondotta ad uno stato di non completa lucidità e sono state avanzate serie riserve sulla reale esistenza di un ordine monastico che, non solo sarebbe dedito alla produzione della birra, ma sia stato pure segnato con un nome tanto singolare.
Per un attimo ho messo in dubbio la memoria di centinaia di etichette belghe lette nei supermercati e nei pub, ma poi è arrivata in mio soccorso una notizia spumeggiante, che annunciava l’avvio della produzione, per la prima volta in Italia, di una birra monastica: la Cascinazza, che prende il nome dalla località lombarda in cui sorge il monastero e che verrà prodotta secondo la tradizione birraria belga utilizzando la tecnica e i processi produttivi delle birre trappiste.
Quindi i trappisti esistono davvero… Pare si tratti di un ordine monastico che segue la regola benedettina, fondato nel 1664 da Armand Jean Le Bouthillier de Rancé, abate del monastero cistercense di Notre Dame de la Trappe di Soligny, in Normandia: l’abate de Rancé, in reazione al rilassamento dell’antica disciplina, basandosi su un’interpretazione più severa della regola cisterciense, volle che i suoi monaci privilegiassero la vita ascetica, osservassero il silenzio e si dedicassero più duramente al lavoro manuale. Una regola che forse spiega perché poi i monaci si siano messi a produrre degli ottimi alcolici..
Sono soltanto sei le abbazie trappiste in terra belga autorizzate a produrre birra: Bières de Chimay, Brasserie d’Orval, Brasserie de Rochefort, Brouwerij Westmalle, Westvleteren e Brouwerij de Achelse Kluis. La loro rigida regola prevede che la birra debba essere prodotta all’interno delle mura di un’abbazia trappista, da parte di monaci trappisti o sotto il loro diretto controllo; la produzione, la scelta dei processi produttivi e l’orientamento commerciale dipendano dalla comunità monastica e che lo scopo economico della produzione di birra debba essere diretto al sostentamento dei monaci e alla beneficenza e non al profitto finanziario.
Così, quando nelle calde serate estive e, ancor prima, in occasione di qualche festeggiamento di fine primavera, ci troveremo a brindare con una di queste bevande, magari proprio con la Cascinazza, potremo farlo a cuor leggero pensando al fine benefico del nostro investimento.
C’è però da specificare che le etichette trappiste rimandano quasi sempre ad ottimi prodotti che però incontrano il favore degli amanti delle birre strutturate, soprattutto ambrate, e di buon carattere. Non tutte, naturalmente, hanno una gradazione alcolica da Primitivo di Manduria, però molto spesso non si tratta di semplici bionde senz’anima quanto di rosse impegnative al palato, quasi da meditazione, la cui importanza viene a volte suggellata da un tappo del tutto simile a quello utilizzato per lo champagne.
È bene però ricordare che le birre da meditazione non sono una prerogativa dei monasteri (stiamo sempre parlando della produzione…) e che, per gli appassionati di sapori forti e di esperienze nuove, c’è un vasto universo di sapori e abbinamenti che attende soltanto di essere liberato dalle pesanti bottiglie in cui gli artigiani delle micro birrerie italiane li hanno rinchiusi. Una rapida ma appagante comparsata a Pianeta Birra mi ha messo di fronte ad un’offerta vasta e complessa oltre le aspettative…
Esistono, dalla Puglia al Friuli, una costellazione di micro birrifici italiani che sperimentano e producono esaltando abbinamenti originali e insoliti: c’è la birra Gulp del Sora’lama di Torino con profumi di caffè, liquirizia e cacao, la Hy Cuvèe dello Zago di Pordenone con note di castagna arrostita, banana matura, uva passita e dattero; la Kolsch del Saint John’s Bier di Benevento ha un retrogusto particolare che richiama sentori di mele, prugne e miele; la Bastarda rossa della Amiata ha aromi di caramello e castagna; la Formidabile del Cittavecchia di Trieste dal gusto di ciliegia e marasca, liquirizia e legno; la Pvk dell’Olmaia di Chianciano con pepe rosa, coriandolo e scorza d’arancia amara; la Stoner del Bruton di Lucca ha sentori di albicocca e frutta caramellata….
Forse, alla prossima occasione, proporrò un bel tour dei birrifici artigianali. Magari avrò più successo!